yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: Con Liu Xiaobo, il premio Nobel per la Pace 2010 che Pechino non ha mai riconosciuto come tale, muore anche un pezzo di Cina. La Cina migliore, quella dei primi anni del secondo millennio, fino alle mefitiche Olimpiadi del 2008 che ne glorificarono il ritorno al despotismo oscurantista. Xiaobo, morto di cancro in carcere a 61 anni, aveva creduto per tutta la sua vita che un Paese migliore fosse possibile.

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venerdì 14 luglio 2017

Con Liu Xiaobo, il premio Nobel per la Pace 2010 che Pechino non ha mai riconosciuto come tale, muore anche un pezzo di Cina. La Cina migliore, quella dei primi anni del secondo millennio, fino alle mefitiche Olimpiadi del 2008 che ne glorificarono il ritorno al despotismo oscurantista. Xiaobo, morto di cancro in carcere a 61 anni, aveva creduto per tutta la sua vita che un Paese migliore fosse possibile.

Con Liu Xiaobo, il premio Nobel per la Pace 2010 che Pechino non ha mai
riconosciuto come tale, muore anche un pezzo di Cina. La Cina migliore, quella dei primi anni del secondo millennio, fino alle mefitiche Olimpiadi del 2008 che ne glorificarono il ritorno al despotismo oscurantista.

Xiaobo, morto di cancro in carcere a 61 anni, aveva creduto per tutta la sua vita che un Paese migliore fosse possibile. Una Cina libera dal morso del partito unico che corrode le menti e ormai anche i cuori. Una Cina democratica non sulla carta ma tra  hutong  e grattacieli, tra risaie mortalmente fosforescenti e Internet caffè bui di luce e dignità. Una Cina che credesse nella potenza che nasce soltanto dalla libertà e non ciecamente alla retorica dei soldi, troppi e in mano a troppo pochi.

La Cina di Liu Xiaobo me la ricordo bene. L'ho vissuta con entusiasmo, girandola in lungo e in largo. E so bene che ormai non esiste più. Era la Cina dei comitati che nascevano per difendere l'ambiente e per proteggere i contadini dalle speculazioni edilizie dei governi locali. Dei medici e degli avvocati che partivano missionari nelle campagne per curare i più poveri tra i malati e più vessati tra i poveri. Era la Cina dei giovani ventenni che credevano che diventando giornalisti avrebbero potuto cambiare le cose, e che oggi sono in prigione o emigrati in Occidente. Era la Cina che aveva permesso ai tibetani, anche solo per pochi mesi, di sognare che bastasse una rivolta per fermare la colonizzazione brutale degli Han. Era la Cina in cui i giornalisti stranieri potevano ancora giocare a guardie e ladri con i poliziotti che li inseguivano (non era difficile riconoscerli) senza temere di essere espulsi o brutalizzati davvero. Era la Cina che stava diventando ricca ma non lo era ancora, e non teneva in scacco metà del mondo con i suoi forzieri, impedendogli di raccontare, combattere e -ormai - perfino ammettere la brutalità del regime autoritario più grande al mondo.

Era semplicemente la Cina della speranza e del futuro. Che guardava indietro agli anni del massacro di Tiananmen e raccontava, sbagliando, che, in altre forme e in altri modi, fosse finalmente giunto il momento del cambiamento. Era il tempo di Hu Jintao, presidente forse sbiadito e noioso ma non crudele e despotico come Xi Jinping, e di Wen Jiabao, l'allora primo ministro, non certo un democratico ma lungimirante abbastanza da lasciar passare spifferi di democrazia tra le muraglie della censura e della propaganda.

Esplose Internet in quegli anni. Anche in Cina. All'inizio si poteva perfino navigare senza VPN e accedere a Google o al New York Times. Poi sempre meno. Oggi navigare su Internet in Cina è come navigare sul lago di Garda pensando di solcare l'Oceano Pacifico. Un'altra realtà: minuscola, parallela e falsa. Ma allora Internet era considerato il mezzo con cui cambiare la società e raggiungere le centinaia di milioni di cittadini che avrebbero potuto essere le ruote del cambiamento. Gli account nascevano e morivano in continuazione.

Le informazioni giravano. Nei caffè della capitale dissidenti, avvocati (veri), difensori dei diritti umani e giovani artisti si incontravano ancora. Facevano cultura. E non a caso nacque il 798, l'ex fabbrica di stampo sovietico convertita in centro culturale della capitale, tollerato a stento, oggi diventata parco divertimenti di turisti e nuovi ricchi.

Liu Xiaobo, il giovane che nel 1989 era a Tiananmen e che da allora si è sempre battuto per la libertà – non quella tarocca “con caratteristiche cinesi” ma quella vera, unica e universale – in quella Cina credeva davvero. E pensava, come raccontava a chi era fortunato abbastanza da riuscire a incontrarlo tra un'entrata e un'uscita di prigione, su poche foglie di te verde annegate in una borraccia di acqua calda, che bisognasse cogliere quelle energie prima che evaporassero un'altra volta. Come poi è successo. Perché, represse, avrebbero – come hanno - impedito a Pechino di creare una potenza moralmente equivalente almeno a quella degli Stati Uniti, Paese in cui aveva studiato.

Quando, dopo avere scritto la Magna Charta dei diritti dell'uomo nel 2008, finì in prigione per 11 anni - una condanna a cui nessuno voleva credere per la sua durezza – l'ex dissidente-presidente ceco Vaclav Havel disse che Pechino aveva annichilito lui ma non sarebbe riuscita a fare lo stesso con le sue idee. E invece. Invece Pechino ha preso ogni traccia fisica di Xiaobo, dalla moglie alla casa, e ogni orma spirituale e le ha cancellate per sempre dalla memoria collettiva come fossero software corrotti da resettare.

Pochi cinesi sanno oggi chi è Liuxiao Bo. E, troppo spesso,chi lo sa fa finta di non sapere, conscio che l'ignoranza vera o pretesa è la migliore fonte di sopravvivenza in un Paese senza diritti. Ma la cosa che più fa male -e che la dice lunga sulla Cina di questi anni – è che per tanti cinesi Liu se l'è cercata la sua fine disgraziata. Perché, come ha ricordato James Palmer su “Foreign Policy”, dare la colpa alla vittima che ha tentato di cambiare lo status quo è il modo migliore di riuscire a dormire la notte in un Paese in cui chiunque può scomparire in qualsiasi momento per qualsiasi motivo senza che nessuno, ma proprio nessuno, dentro e fuori la Cina, possa farci nulla.

E questo è forse l'indicatore migliore dello stato della società cinese di oggi e il risultato del suo regime politico. Aldilà di ogni retorica. E, forse, questa reazione a Liu è anche un monito per noi italiani sempre pronti a saltare sul carro del vincitore e a incolpare il diverso che non si adegua. Pur di non sentirci incapaci. O riconoscerci codardi.


di Federica Bianchi per "l'espresso.it"

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